Protagoniste della costruzione della cappella di Sant’Irene furono alcune facoltose famiglie che nell’Ottocento, lontano da Chieri o da Torino, amavano trascorrere periodi di riposo nelle loro “case di villeggiatura”.

Sul versante est della Serra, in regione Miglioretto, la contessa Francesca Zoppi vedova del conte Saraceno di Torre Bormida era diventata proprietaria alla fine del Settecento di un palazzo (La Contessa) appartenuto all’abate Bencini, preside dell’Università di Torino e che perverrà ai Rubatto nel 1909.

Ad ovest della Serra, nel 1851 i Mens acquistarono una “fabricha civile e rustica”. Posta in posizione molto panoramica, recentemente restaurata, possiede al primo piano una camera con soffitto dipinto che riproduce quattro magnifiche vedute della città di Chieri a metà Ottocento.

In prossimità della montà di Pasano i Ceva di Lesegno avevano acquistato nel 1744 la bella residenza di campagna con piccola cappella (La Marchesa) che passò in eredità ai conti Quarelli di Lesegno. Nel 1920 fu acquistata dagli Arato.

Poco oltre, alla sommità della valle, Evasio Barbano, negoziante e appaltatore del dazio di Chieri, aveva comperato nel 1855 la casa di campagna appartenuta a don Emanuele Borrelli, curato di San Giorgio fra Sette e Ottocento, che vi aveva ricavato una cappella in cui c’era anche una Via Crucis. Una Visita Pastorale del 1856 dice che la cappella, dedicata a San Giorgio e a Sant’Irene, ha un altare di legno dipinto e versa in condizioni decorose. Nel 1873 la cappella Barbano risulterà “fuori d’uso”.

Alle origini – 1860

La mattina di domenica 17 agosto 1860 il piccolo piazzale circolare di strada della Serra, a due chilometri dalla Porta del Moretto di Chieri, era insolitamente affollato. Dalle case delle colline di Serra, di Turriglie e di Goane e dai cascinali delle valli di Pasano e del Boirone erano giunti a piedi i vignaioli, i bovari ed i servitori con le loro famiglie. C’era un clima di attesa, di festa e di contenuta euforia. Di lì a poco il parroco di San Giorgio avrebbe benedetto la loro nuovissima cappella. A fare gli onori di casa c’erano il 29enne conte Filippo Saraceno di Torre Bormida – promotore della costruzione – e l’anziano avvocato conte Celestino Quarelli di Lesegno, senatore del Regno di Sardegna.

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Il conte Celestino Quarelli di Lesegno

Don Giovanni Battista Tamagnone, dinamico parroco di San Giorgio, ringraziò il conte Saraceno che aveva donato il terreno per costruire la chiesa e i proprietari dei vigneti confinanti, Giuseppe Mens e Giovanni Battista Rubatto, che avevano accettato di comperare i terreni di risulta; infine lodò i proprietari delle case circostanti per aver aderito alla colletta con generosità. Il buon Dio, che aveva protetto i vigneti della Serra dal marin (crittogama, oidio), a suo tempo avrebbe ricompensato tutti, anche chi aveva potuto dare solo qualche centesimo ma aveva lavorato gratis per tirar su la chiesa. Ci furono applausi. Negli occhi di tutti si leggeva un senso di viva soddisfazione, di legittimo orgoglio. La costruzione era riuscita davvero bene: non molto grande, ma slanciata, con la cupola rotonda, il lanternino. Anche gli abitanti della Serra, come quelli di San Martino e di Balermo, avevano finalmente una chiesa tutta loro. Qualcuno dei presenti si ricordava di aver partecipato quattro anni prima alla benedizione della vicina cappella di San Martino sulla strada delle Avuglie (Baldissero), ma là si trattava di una chiesa privata, pagata dal ricco proprietario del fondo; questa, invece, l’avevano costruita loro, i borghigiani della Serra, sarebbe stata una “proprietà comune”. E ne erano molto fieri.

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Il teol. canonico Giovanni Battista Tamagnone
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Sant’Irene “cappella di proprietà comune” in Relazione delle cappelle campestri (1873)
La cerimonia della consacrazione

Don Tamagnone lesse dapprima la lettera con cui il conte Saraceno aveva chiesto all’arcivescovo di Torino di far benedire la nuova cappella e poi fece vedere a tutti la risposta di mons. Luigi Fransoni che lo autorizzava a consacrarla. Rivolgendosi ai presenti chiese che nome volevano darle. Il senatore Celestino Quarelli disse che, tutti d’accordo, la volevano dedicare alla Santa Croce. Il conte Saraceno aggiunse che, se possibile, voleva aggiungere il nome di Sant’Irene riprendendo così il nome della cappella ormai in disuso della vigna del sig. Barbano che aveva donato l’altare di legno con i bei candelieri. Don Tamagnone non ebbe nulla da eccepire, anzi se ne compiacque. Rammentò che la croce è simbolo dell’amore di Gesù e che irene significa pace: amore, pace e fratellanza di cui c’era tanto bisogno tra le genti d’Italia. E augurò a tutti che la nuova cappella della Santa Croce e di Sant’Irene fosse sempre uno strumento per vivere in pace e armonia in famiglia. Fece poi il segno della croce e diede inizio alla consacrazione. Asperse con l’acqua santa tutt’intorno le mura in più punti e la porta ed intonò il Veni Creator seguito con trasporto dalle voci dei fedeli. Entrato nella chiesa con in mano un ramo d’ulivo, spruzzò per sette volte l’altare e lo unse con l’olio dei catecumeni. Infine lo incensò con il turibolo, stese sull’altare la tovaglia, vi pose due piccoli candelieri d’argento e accese le candele.

(documenti tratti dall’Archivio Arcivescovile di Torino
e Archivio Parrocchia San Giorgio di Chieri)

4 foto altare ligneo e crocefisso
L’apparato d’altare della cappella di Sant’Irene proveniene dalla cappella dei Santi Giorgio e Irene di villa Barbano, fondata nel ‘700 da don Emanuele Borrelli. È databile alla fine del sec. XVIII.
La prima messa

Don Tamagnone si era portato dalla canonica il missale romanum. Ora poteva cominciare a dire la Santa Messa: in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti…  introibo ad altare Dei… Nella predica, piuttosto lunga e rigorosamente in dialetto piemontese, presentò la figura, controversa e per taluni aspetti leggendaria, di sant’Irene.

Spiegò che secondo il martirologio romano quattro sono le sante con questo nome: tre appartengono all’oriente ove vissero, la quarta fu portoghese. Quella di Superghetta era sant’Irene di Tessalonica, vergine e martire del I secolo che assieme a santa Barbara protegge dai fulmini, dai terremoti e dalle tempeste: adatta dunque a proteggere i vigneti che si estendevano tutt’intorno.

Poi si rivolse ai due massari ricordando, a futura memoria, che a loro spettava organizzare ogni anno la festa facendola precedere da una novena. Avrebbero dovuto curare l’arredo della cappella in modo che al sacerdote non mancasse niente: era bene che ci fosse un camice, una pianeta con i manipoli, una tovaglia, il calice, la patena… qualcuno avrebbe dovuto comperare un messale. Quanto alla reliquia della santa lui stesso ne avrebbe procurata una da collocare rispettosamente in un’urna.

La festa

Quando la messa fu terminata i bambini, che erano stati educatamente silenziosi, poterono finalmente dar libero sfogo alla vivacità rincorrendosi intorno alla cappella. A mezzogiorno in punto (si sentivano i rintocchi delle campane del duomo) le famiglie contadine, a gruppi, distesero una tovaglia sull’erba all’ombra dei noci. Ciascuna aveva con sé vino nero, ’na bota d’ bianch, salame di casa, bruss, pomodori, acciughe, pane e grisse. Le mamme avevano messo in una cesta i dolci fatti in casa. Fu, per i contadini, una gran festa ritrovarsi e parlare di affari, di stalle, grano e vigneti. Alcuni si conoscevano bene e si davano una mano in caso di necessità e di urgenza (il taglio delle messi, la raccolta delle uve, una vacca che partoriva, un malato in casa) e le sere d’inverno si scambiavano visita e facevano la veglia nelle stalle; altri, invece, erano arrivati dai paesi circostanti solo l’anno prima, a San Martino, per fare i vignaioli o i servitori e se ne stavano un po’ in disparte.  Occultati dalle siepi che delimitavano le vigne, i giovanotti potevano adocchiare da vicino qualche bella ragazza e rivolgerle la parola. La gioventù contadina, a quel tempo molto numerosa, aveva poche occasioni per incontrarsi fuori dalla vigilanza dei genitori e le feste religiose di borgata costituivano un’imperdibile opportunità per fare nuove conoscenze.

I signori proprietari delle cascine si ritrovarono per il pranzo sotto il portico della cascina Mens, la più vicina a S. Irene. A tavola c’erano le famiglie Mens, Candellero, Quarelli, Saraceno, Masera, Bressio e Montefamerio. I padroni di casa avevano invitato anche il parroco don Tamagnone che fu messo a capotavola. Egli gradì molto le anguille in carpione del negozio di Stanislao Marceremo (Candellero), pizzicagnolo in Chieri sulla via Maestra. Alla fine del pranzo il giovane Giuseppe Mens sturò una bottiglia di passito. Tutti brindarono: viva la nuova cappella di Sant’Irene! 100 di questi anni! Evviva! Qualcuno azzardò anche un “viva l’Italia” e “viva Garibaldi”. Erano quelli giorni decisivi per l’Unità d’Italia: di lì a poco il generale Garibaldi avrebbe consegnato a Vittorio Emanuele II la corona di Sicilia-Napoli e l’anno seguente (1861) sarebbe stato proclamato il Regno d’Italia. Cose queste che non appassionavano di certo le famiglie contadine che abitavano presso la cappella, alle prese con i consueti problemi di lavoro, salute, rapporti con il padrone, soldi.